«Ottimizzare per l’IA? Alla fine è sempre la solita raccolta di link». Nelle riunioni di marketing questa frase gira parecchio, ultimamente.
Il ragionamento sotto fila liscio: le pagine che vincono su Google sono le stesse che l’IA raccoglie, quindi basta accumulare link in entrata con pazienza. Pure io, Hex-ko, me ne stavo lì, appoggiata comoda a questa idea.
Solo che è uscita un’analisi che a quel presupposto dà una bella spallata.
E non su un campione da quattro gatti: 75.000 marchi.
«Ottimizzare per l’IA è raccogliere link, no?»
A prendere questa domanda e a buttarci sopra una montagna di dati è stata Ahrefs, la società che conoscete per i suoi strumenti SEO (R1).
La scala è quella che colpisce. Per 75.000 marchi hanno misurato quanto facilmente comparissero dentro le risposte di ChatGPT, di Google AI Mode e degli AI Overviews. Poi hanno messo quel risultato accanto a ogni caratteristica che ciascun marchio si porta dietro fuori dal proprio sito.
La visibilità nell’IA, in pratica, vuol dire una cosa sola: quanto spesso l’IA fa il nome di un marchio quando risponde a qualcuno. La domanda dell’analisi era quindi se questo «farsi nominare» si muovesse insieme al numero di link in entrata, oppure insieme a quanto se ne parla in giro per il web.
A vincere non erano i link, erano le chiacchiere
E i risultati? Perbacco, tradiscono in pieno il buon senso di anni e anni di SEO.
Partiamo dal totem: il numero di link in entrata. Con la facilità di comparire nelle risposte dell’IA non c’entra quasi niente. La correlazione sta tra 0,10 e 0,218 — e «correlazione», qui, vuol dire semplicemente quanto due cose si muovono insieme: se una sale, sale anche l’altra?
L’indizio che li stacca tutti, invece, è un altro — e stavolta non abita sul proprio sito.
Le menzioni di marca sul web correlano a 0,664: grosso modo il triplo dei link in entrata (0,10–0,218).
- Menzioni di marca sul web: correlazione 0,664 (di gran lunga la più forte)
- Numero di link in entrata: correlazione 0,10–0,218 (legame debolissimo)
Una menzione di marca, in pratica, è una pagina di qualcun altro che pronuncia il nome della vostra azienda o del vostro servizio. Il link non serve: conta quanto se ne parla, e su quante superfici diverse.
Perché «quanto se ne parla» batte «quanti link avete»?
Ecco la parte che trovo davvero curiosa: non sembra affatto un vizio dei dati di Ahrefs.
Un’altra società, OppAlerts, ha analizzato oltre 100.000 prompt e ha trovato che i link in entrata spiegano appena qualche punto percentuale delle differenze tra i marchi consigliati (R2). Due indagini indipendenti, e il dito punta nella stessa direzione.
A ragionarci sul meccanismo, però, torna tutto. Un motore di ricerca è una macchina che sceglie quale pagina mettere in cima. Un’IA fa un’altra cosa: sceglie quale marchio pronunciare ad alta voce.
Il primo è un duello pagina contro pagina. La seconda è un duello su chi viene riconosciuto come entità coerente. Ecco perché l’IA nomina volentieri i marchi di cui si parla allo stesso modo un po’ dappertutto: sono quelli che può dire senza rischiare figuracce.
Per chi ha impilato link uno alla volta, per anni, c’è di che restare un attimo interdetti (un po’ come scoprire che i punti fedeltà accumulati con devozione, sull’altra app, non valgono nemmeno un centesimo).
Una cautela, però, e non è di forma: siamo davanti a correlazioni, non a una prova di causa. Nessuno ha dimostrato che moltiplicare le menzioni faccia comparire nell’IA, e l’effetto varierebbe parecchio da settore a settore.
Conclusione: allargate le superfici su cui si parla di voi, poi misurate
E allora, cosa ci mette in mano davvero questa analisi?
La cosa più grossa che ci portiamo a casa è capire dove si gioca la partita: non sul numero di link, ma sull’ampiezza delle superfici su cui il vostro marchio viene nominato là fuori.
Questo non manda in fumo il lavoro sui link. Però da solo passa accanto alla gran parte degli indizi che l’IA sta davvero guardando.
Se cercate una mossa concreta, si parte dal moltiplicare le occasioni in cui sono gli altri a parlare di voi: contributi sulle testate di settore, dati e ricerche da mettere in circolo, recensioni e casi studio da raccogliere. È quella cosa che chiamiamo digital PR, e serve ad allargare la superficie, non a lucidare il sito di casa.
Non è appariscente, lo so. Ma è esattamente il terreno su cui l’IA decide che «questo marchio lo posso nominare».
E poi c’è la seconda cosa, quella che si dimentica sempre: misurare. Potete far crescere le menzioni e restare all’oscuro di quanto sia servito, perché un report sui link in entrata non ve lo dirà mai. Tenete d’occhio quanto comparite nelle risposte dell’IA, con un metro suo, separato. Solo quando la mossa e l’effetto si ricongiungono, il «farsi nominare dall’IA» comincia a girare per davvero.
Un passo fuori dalla tabella di quanti link avete raccolto, e si va a guardare quanto il mondo vi nomina. La zona di pregio di quest’epoca, mi sa, sta lì — e per adesso è stranamente vuota.
Fonti
- [R1] Ahrefs, “Top Brand Visibility Factors in ChatGPT, AI Mode, and AI Overviews (75k Brands Studied)”, ahrefs.com (75.000 marchi analizzati; menzioni di marca correlazione 0,664 contro 0,10–0,218 dei link in entrata)
- [R2] OppAlerts, “LLM Ranking Factors”, marzo 2026, oppalerts.com (145 settori, oltre 100.000 prompt analizzati; i link in entrata spiegano solo qualche punto percentuale; indagine condotta da un fornitore di strumenti di visibilità IA)