«I nostri contenuti sono ottimi, ma l’IA non ci nomina mai»
Capita anche a voi? Il sito è curato, gli articoli sono scritti bene, magari qualcuno li ha pure premiati. Poi si chiede a ChatGPT un consiglio nel vostro settore e il vostro nome non salta fuori. Mai.
Pure a me, all’inizio, sembrava una specie di ingiustizia. Contenuti buoni che l’IA ignora, contenuti mediocri che invece cita a ripetizione.
Il punto è che «scrivere bene» e «farsi citare da un’IA» non sono la stessa cosa. E la seconda, a differenza di quel che si crede, si può misurare e si può migliorare.
C’è uno studio che a questa domanda ha provato a rispondere con i numeri, invece che a naso. Andiamo a vedere cosa ha scoperto.
Cosa è andato a misurare, di preciso, lo studio GEO
Lo studio si chiama “GEO: Generative Engine Optimization”, firmato da Aggarwal, Murahari, Rajpurohit, Kalyan, Narasimhan e Deshpande (Princeton University e altri) e presentato alla conferenza KDD ‘24 nel 2024 (arXiv).
La GEO (Generative Engine Optimization) in pratica è la SEO per le risposte dei chatbot: invece di scalare le posizioni di Google, si lavora perché ChatGPT e simili facciano spontaneamente il nome del vostro marchio. Per chi gestisce un brand vuol dire che la visibilità non si misura più solo con le posizioni, ma anche con quante volte l’IA vi cita.
Ma come si misura una cosa del genere in modo serio? I ricercatori hanno costruito un banco di prova, chiamato GEO-bench: 9 dataset, 25 domini diversi e 10.000 query. In pratica, diecimila domande vere sparse su decine di settori.
Poi hanno fatto la mossa intelligente. Hanno preso lo stesso contenuto e lo hanno presentato in modi diversi — aggiungendo una cosa, togliendone un’altra — per vedere quale versione l’IA fosse più propensa a citare. Stessa sostanza, confezione diversa. Voilà: così si isola davvero cosa sposta l’ago.
E allora, cosa fa salire le citazioni?
Ecco la parte che interessa a chi produce contenuti. I metodi migliori hanno alzato la visibilità — cioè la probabilità di essere citati o menzionati — del 30-40% in termini relativi. Non un dettaglio: significa passare, grosso modo, da tre menzioni a quattro.
E non con un trucco qualsiasi. A funzionare sono stati tre segnali di evidenza, cioè tre modi di dire all’IA «quello che affermo è documentato»:
- Aggiungere citazioni di terzi o fonti primarie: circa +44% di visibilità.
- Aggiungere statistiche e numeri concreti: circa +34%.
- Citare le fonti in modo esplicito: circa +29%.
Notate una cosa? Nessuna di queste tocca cosa dite. Toccano quanto lo rendete verificabile. L’affermazione «il prodotto è molto apprezzato» pesa poco; «il prodotto ha il 92% di recensioni positive su 4.000 clienti, secondo il report X» pesa parecchio di più.
Per chi gestisce un marchio la traduzione pratica è secca: un contenuto pieno di aggettivi entusiasti conta meno di un contenuto pieno di prove. L’IA, quando deve scegliere chi citare, si fida di chi porta le pezze d’appoggio.
E il vecchio trucco delle parole chiave? Fa il contrario
Qui arriva il colpo di scena, quello che dovrebbe far riflettere chiunque venga dalla SEO classica.
Il keyword stuffing — riempire il testo della stessa parola chiave ripetuta all’infinito, tattica storica per piacere ai motori di ricerca — nello studio ha fatto scendere la visibilità di circa l’8%.
Non «non ha aiutato». Ha peggiorato le cose. Perché mai?
Perché un’IA generativa non conta le occorrenze di una parola come faceva il vecchio Google: legge il significato e cerca l’evidenza. Un testo che ripete «migliore agenzia migliore agenzia» non le comunica autorevolezza, le comunica rumore. E il rumore, giustamente, lo scarta.
Insomma, quello che per vent’anni è stato un trucco del mestiere adesso è zavorra. La riserva onesta, ovviamente, resta: l’effetto varia a seconda del dominio e del settore, e i numeri qui sopra sono medie. Ma la direzione è chiara e vale ovunque — le prove salgono, le parole chiave a vuoto scendono.
Conclusione: mettete le prove, poi guardate se funziona
La ricetta, alla fine, è quasi banale nella sua onestà. Se volete che l’IA vi citi di più, non cercate la scorciatoia: aggiungete segnali di evidenza. Una citazione autorevole, un dato numerico al posto dell’aggettivo, la fonte messa nero su bianco. È lì che stanno il +44%, il +34% e il +29%.
Ma c’è un secondo passo, ed è quello che di solito si salta. Aggiungere le prove non basta: bisogna verificare se stanno funzionando davvero. La visibilità nell’IA cambia da modello a modello, da settore a settore, e nel tempo. Metterci mano alla cieca è come lanciare frecce a occhi chiusi.
Il criterio pratico da portarsi a casa è questo: prima di riscrivere tutto, guardate quante volte — e per quali domande — le diverse IA vi nominano oggi. È il punto di partenza contro cui misurerete ogni miglioramento. Se poi volete tenerlo d’occhio nel tempo senza rifare la conta a mano, è esattamente il lavoro che fa il nostro HexScope Lens.
L’IA non premia chi urla di più. Premia chi porta le prove. E questa, per una volta, è una buona notizia.
Fonti
- Aggarwal, P., Murahari, V., Rajpurohit, T., Kalyan, A., Narasimhan, K., Deshpande, A., “GEO: Generative Engine Optimization”, ACM SIGKDD Conference on Knowledge Discovery and Data Mining (KDD ‘24), Princeton University e altri, 2024.